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Questo itinerario si snoda sul versante
settentrionale del M.Corchia, tra il
laghetto di Isola Santa, il paesino
abbandonato di Col di Favilla e i dolci
terrazzamenti di Puntato, antico
alpeggio di Terrinca.
La bellezze naturali sono, come sempre
accade sulle Apuane, di prim’ordine, ma
il fascino di questo itinerario risiede
anche e soprattutto nella visita del
borgo abbandonato di Col di Favilla,
dove accanto ad alcune case ormai
ridotte a ruderi, è presente una chiesa
recentemente restaurata ed un piccolo
cimitero. Sono ancora molti i segni del
tempo che fu a Col di Favilla.
Il nostro itinerario inizia da Isola
Santa (m. 545), piccolo paesello dai
tetti di ardesia, ormai abbandonato dopo
la costruzione della diga che forma un
lago artificiale dai colori incantevoli.
Il paese fu lasciato e ricostruito più
in alto, perché le infiltrazioni
dell’acqua del bacino minavano la
stabilità delle case.
Questo luogo è facilmente raggiungibile
da Castelnuovo Garfagnana.
Il nostro sentiero (CAI n°9) inizia
proprio all’altezza della diga, e
sbagliare è impossibile stavolta visto
che dobbiamo passare proprio sopra lo
sbarramento.
L’ambiente è dominato dall’aguzza cima
del Freddone, che domina severa Isola
Santa.
Superiamo la diga ed iniziamo a salire
blandamente e poi più decisamente in un
bel bosco di castagni. La mulattiera è
in alcuni tratti lastricata, a
ricordarci che questa via era un tempo
una delle principali vie di
comunicazione tra la Garfagnana e la
Versilia. Continuiamo a salire tra
castagni secolari fino a che non
scorgiamo dapprima alcune case, poi un
campanile.
Siamo a Col di Favilla (m. 938), borgo
abbandonato, posto in una posizione
fantastica, su un’ampia dorsale che
scende dal Corchia.
Il Pizzo delle Saette si para orgoglioso
davanti a noi con i suoi burroni
selvaggi, il Freddone perde l’aspetto
rude che aveva da Isola Santa e diventa
più dolce, la marmorea parete del Sumbra
illuminata dal sole è di un bianco
perfetto, mentre più nascosto fa
capolino anche il misterioso bosco del
Fatonero, sulle pendici del Fiocca.
Merita una sosta Col di Favilla:
la chiesa è ben curata (anche sé è stata
vittima, ahimè, di atti vandalici in
passato) ed il piccolo cimitero sorge
proprio lì vicino.
Passiamo accanto alla chiesa (a pochi
metri presente una fonte), fino ad
arrivare, proprio al centro del paese,
ad un bivio: il sentiero n°9 prosegue
verso Mosceta, noi invece dobbiamo
prendere il sentiero CAI n° 11,
svoltando a destra. Perdiamo leggermente
quota fino ad incrociare una strada
sterrata proveniente da Isola Santa che
abbandoniamo subito, rituffandoci
nuovamente nel bosco. Ignoriamo una
traccia a destra che ci porta ad una
casa recentemente restaurata e
continuiamo il nostro cammino tra faggi
e castagni fino ad incrociare il
sentiero n°128 che qui è in comune col
sentiero n°11.
Arriviamo in breve a Puntato (m. 987),
alpeggio di Terrinca, caratterizzato da
ampi terrazzamenti, terra strappata con
fatica alla montagna per il
sostentamento degli abitanti di Terrinca
che venivano qui in estate. Lasciamo
alla nostra destra il sentiero CAI 128
(noi proseguiamo sull’11) ed arriviamo
alla bella chiesetta di Puntato. Sono
presenti alcune case sparse, molte delle
quali restaurate.
Proseguiamo lungo la mulattiera
costeggiando geometriche file di faggi e
guadando un paio di ruscelli, fino ad
arrivare, dopo una blanda salita, alla
Torbiera di Fociomboli, spazio
pianeggiante posto proprio ai piedi del
Corchia, unico luogo umido delle
carsiche Apuane.
Dopo aver superato una bella marginetta
arriviamo finalmente al valico di
Fociomboli (m. 1270), posto tra il
Corchia ed il Freddone, dove giunge
anche una strada sterrata da Passo
Croce.
A questo punto dobbiamo seguire a
sinistra la marmifera per le cave di
Retrocorchia (ormai abbandonate da
anni). Proseguiamo lungo la marmifera
(ignorando a sinistra l’inizio del
sentiero CAI 129 per la Foce di Mosceta)
fino a che, dopo diversi tornanti, non
termina proprio in prossimità dei tagli
di cava. Qui, poco prima della cava,
dobbiamo salire a sinistra sui pendii
sommitali del Corchia, puntando
un’evidente insellatura della cresta.
Non ci sono particolari problemi, ma la
ripidezza del versante suggerisce
prudenza, soprattutto in caso di scarsa
visibilità.
Giungiamo finalmente sulla cresta (ormai
ridotta ad un esile passaggio dalle cave
che stanno inesorabilmente rosicchiando
tutta la montagna: fare attenzione), ed
il panorama che si presenta davanti a
noi è di quelli mozzafiato: il mare
dall’Elba a La Spezia è tutto un
luccichio, mentre a est si intravedono
la Piana di Lucca ed a sud le vette
delle Apuane meridionali. Proseguiamo a
sinistra, sempre seguendo la cresta, ed
in 10 minuti arriviamo sulla vetta del
Corchia (m. 1677). Il panorama è
ovviamente magnifico, ma l’occhio è
attirato dal lago di Isola Santa ancora
immerso nell’ombra, e dalla chiesetta di
Col di Favilla, il cui campanile svetta
in mezzo a castagni secolari.
Dopo una sana sosta ristoratrice
riprendiamo la via del ritorno seguendo
però una strada diversa da quella
dell’andata. Puntiamo infatti verso la
Foce di Mosceta, ampia insellatura tra
il Corchia ed il gruppo delle Panie.
Proseguiamo quindi lungo la cresta est
seguendo i segni blu e superiamo lo
scheletro del Bivacco Lusa-Lanzoni,
vittima della guerra tra i cavatori e
gli speleologi.
Senza problemi (attenzione in caso di
scarsa visibilità), scendiamo verso il
Rifugio Del Freo (m. 1180), posto in una
posizione strategica: da qui infatti
hanno inizio moltissimi sentieri…questo
è un vero e proprio svincolo
sentieristico! Questo luogo ha un che di
dolomitico: le bianche rocce del Pizzo
delle Saette infatti svettano sopra gli
abeti di Mosceta, donando al luogo un
sapore veramente alpino.
Oltrepassiamo il rifugio e, tenendo la
destra, superiamo un ponticello che ci
conduce ad un altro bivio, proprio in
prossimità della Foce di Mosceta (m.
1170) Ignoriamo il sentiero 125 che ci
porterebbe a Foce di Valli e svoltiamo a
sinistra sul sentiero CAI n° 9 che qui
corre insieme al 127 (da qui ha origine
anche il sentiero 126 che conduce al
Callare della Pania).
Siamo proprio sotto i dirupi del Pizzo
delle Saette, che incombe su di noi.
Dopo circa 25 minuti troviamo un bivio,
noi dobbiamo girare a sinistra seguendo
il sentiero 9, abbandonando quindi il
127 che ci porterebbe a Piglionico. La
mulattiera, che perde quota piuttosto
rapidamente, è in questo punto molto
ampia e quasi totalmente lastricata.
Attraversiamo quindi il Canale delle
Verghe ed in poco tempo giungiamo
nuovamente a Col di Favilla.
Da questo punto, seguendo ancora il
sentiero n°9, il percorso è il medesimo
dell’andata.
ITINERARIO
Isola Santa (m. 545) – Col di Favilla
(m. 938) – Puntato (m. 987) – Fociomboli
(m. 1270) – Cave di Retrocorchia – M.
Corchia (m. 1677) – Bivacco Lusa-Lanzoni
– Rif. Del Freo (m. 1180) – Foce di
Mosceta (m. 1170) – Canale delle Verghe
– Col di Favilla (m. 938) – Isola Santa
(m. 545)
SENTIERI PERCORSI
CAI n°9 (Isola Santa – Col di Favilla)
CAI n° 11 (Col di Favilla – Puntato –
Fociomboli). Breve Tratto in comune col
sentiero 128
Marmifera per le cave di Retrocorchia (Fociomboli
– Cave di Retrocorchia)
Sentiero di vetta (cresta ovest del
Corchia – M.Corchia - rif. Del Freo)
Sentiero CAI n° 9 (Foce di Mosceta – Col
di Favilla – Isola Santa). Breve tratto
in comune col sentiero 127
DIFFICOLTA’
E
- L’escursione non presenta nessuna
difficoltà di rilievo. Attenzione in
caso di scarsa visibilità in prossimità
della cava di Retrocorchia e sulla
cresta del Corchia, dove sono presenti
un paio di punti un po’ esposti ma
facilmente aggirabili. Necessaria una
buona preparazione fisica.
DISLIVELLO
1150 m. circa
TEMPI DI PERCORRENZA
Isola Santa – Col di Favilla: 1 h 20’
Col di Favilla – Puntato – Fociomboli: 1
h 10’
Fociomboli – Cave di Retrocorchia – M.
Corchia: 1 h
M. Corchia – Rif. Del Freo – Foce di
Mosceta: 45’
Foce di Mosceta – Col di Favilla – Isola
Santa: 1 h 40’
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Ed alla fine della relazione sulla
nostra escursione voglio copiare qui
qualche stralcio di un racconto di Fosco
Maraini che racconta il suo soggiorno a
Col di Favilla. Siamo nel 1928 e Maraini,
adolescente, era alla sua prima
esperienza montana…il grande scrittore,
alpinista ed esploratore che salirà
molti ottomila e conoscerà tanti mondi
diversi, iniziò il suo cammino proprio
dalle nostre amate Apuane, e più
precisamente da Col di Favilla! E sulle
nostre Apuane, Fosco Maraini ha voluto
terminare il suo cammino, visto che ha
voluto essere sepolto all’Alpe di Sant’Antonio,
all’ombra delle Panie.
Ecco le sue parole:
"Scendi e risali, risali e scendi,
finalmente scorgemmo, quasi sepolto tra
giganteschi castagni, un campanile, poi
comparvero dei tetti a lastre di pietra
grigia e delle case. Il villaggio
sorgeva in un punto di straordinaria
bellezza, sulla cresta pianeggiante d'un
monte, a quasi mille metri di quota,
proprio dinanzi ai dirupi spettacolari e
selvaggi del Pizzo delle Saette. Col di
Favilla, oggi tristemente abbandonato,
era davvero la fine del mondo [..].
Ad ogni modo lì trovammo calda e
cordiale accoglienza presso una vedova
del luogo, che dava in affitto due
stanze agli alpinisti e ai cacciatori, a
lire due per notte, compresa una ciotola
di latte cremoso la mattina [..].
La vita morale e materiale a Col di
Favilla ruotava ancora in pieno attorno
al dio castagna. Le piante che
producevano i frutti preziosi erano
secolari, gigantesche, con certi tronchi
da abbracciarsi in tre o quattro
persone, curatissime, rispettate, amate.
Il terreno ai loro piedi era tenuto
libero da frasche, sterpi, cespugli di
ogni genere per poter raccogliere più
facilmente i ricci d'autunno [..], e si
mangiavano in continuazione i prodotti
di questi alberi solenni e generosi
[..].
In quei tempi viveva a Col di Favilla
una strana e vistosa fanciulla. Era
alta, formosa, e si vestiva più da borgo
trafficato che da villaggio remoto, con
una gonna che prefigurava con un
anticipo di parecchi decenni Mary Quant
e le sue mini [..]. Incuriositi
chiedemmo notizie di questa fanciulla
alla nostra vedova, padrona della stanza
in cui dormivamo. La brava donna parve
molto imbarazzata, stralunò gli occhi ed
esclamò soltanto "Eh, quella là...". Poi
non volle aggiungere altro".
(questo testo di Fosco Maraini è tratto
dal libro “Le Alpi Apuane” di Bruno
Giovanetti)
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